La pandemia da COVID ha portato doni anche in campo linguistico, sottraendo spazio a comunissime (ma forse troppo banali) parole italiane.

Uno dei termini che ha fatto irruzione in questi mesi, e che soprattutto in questa “fase 2” è sempre presente nelle cronache e nelle comunicazioni di scienziati, giornalisti e politici, è ‘cluster’. Termine inglese (neanche a dirlo…), significa letteralmente ‘grappolo’ (ricordate le “cluster bombs”?).

Il termine era già indicato (molto pomposamente) nei più recenti programmi di convegni. Tuttavia, in realtà indica un concetto piuttosto banale: un ‘gruppo’, che appunto si riunisce per trattare un argomento specifico in una sessione riservata a quel tema.

Vi è poi il contesto pandemico, in cui distinguiamo appunto un’ulteriore accezione di ‘cluster’, e cioè la presenza di due o più casi correlati per spazio e tempo, e determinati dallo stesso ceppo (in questo caso il Covid-19). In sostanza, i vari ‘cluster’ di questi giorni sono i casi in cui ci sono alcuni pazienti affetti da Coronavirus al di fuori dalle aree di ‘focolaio’ (termine che dunque significa altro).

A voler essere a tutti i costi moderni e anglofili, si rischia però in questo caso (come in tanti altri) di produrre confusione, perché ‘cluster’ è in realtà un forestierismo già entrato anni fa nel linguaggio scientifico italiano per designare un “ammasso di stelle”. Tutte le accezioni sopra individuate sono ulteriori, forzate e scorrette.

Perché allora non riprendere una sana ma funzionale parola italiana come ‘gruppo’?

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