O anche ‘succube’, certo. È anzitutto un aggettivo: dal latino succŭba (sostantivo maschile e femminile), composto di ‘sub-‘ e dal tema di ‘cubare’ cioè «giacere», quindi «chi si sottomette ad altra persona in un rapporto venereo». Figuratamente, indica chi si lascia dominare da altri, che non ha la forza e la capacità di far valere, contro le imposizioni altrui, la propria volontà e personalità.

Ma è anche un sostantivo maschile: in questo caso indica l’essere demoniaco o genio malefico che, secondo antiche credenze mitologiche, opprime la persona nel sonno, soprattutto se in stato febbrile, dandole un senso di soffocamento o congiungendosi carnalmente con lei (detto anche ‘incubo’, poi venuto ad indicare un sogno spaventoso, terrificante, particolarmente intenso, caratterizzato per lo più da sensazioni di oppressione, soffocamento, blocco dei movimenti).

Secondo una superstizione di origine romana, nottetempo certi demoni assumevano forma di donna per unirsi agli uomini. In particolare alcune tradizioni vogliono che ne rubassero il seme che poi i loro colleghi speculari, gli ‘incubi’ – demoni maschi che si univano con le donne – avrebbero usato per fecondare le loro vittime; secondo altre il succubo semplicemente toglieva forza vitale agli uomini, fino a renderli incapaci di procreare, o, in una lettura cristiana, incarnava tentazioni diaboliche.

L’incubo e il succubo sono dunque due figure di demoni molto comuni nelle stregonerie, in quanto rappresentano i due aspetti del «piacere infecondo e lussurioso»: rispettivamente l’attivo il e il passivo.

il succubus del latino medievale – che è entrato invariato in tutte le lingue europee – dalla fine dell’Ottocento acquista un doppio significato: demone “sessuale” sì, ma principalmente termine psico-legislativo per indicare chi è influenzabile. Il resto lo fa la narrativa, che mischia le carte in tavola e fonde i due significati, prendendo la versione francese del termine (succube) e italianizzandola, alternandola senza alcuna regola con l’italiano succubo.

Nell’immagine di copertina: “Incubo” o “L’incubo” (The Nightmare) è un dipinto a olio su tela (75,5×64 cm) di Johann Heinrich Füssli, realizzato nel 1781 e conservato al Detroit Institute of Arts, negli Stati Uniti d’America.

L’artista ha realizzato diverse versioni di quest’opera, con varie tonalità di colore e di luci, basandosi però su un modello ben preciso: l’introduzione nel quadro di una giovane donna addormentata con sopra un mostro rivolto verso lo spettatore ed il volto di una cavalla (la giumenta) affacciato dalla tenda dello sfondo. Molto probabilmente la tela fu ispirata da esperienze di sogni ad occhi aperti sperimentate sia da Füssli che da suoi contemporanei: anch’esse erano correlate al folklore del tempo e ad alcune fiabe appartenenti alla mitologia germanica che raccontavano di demoni e streghe che soggiogavano chi osasse dormire da solo. In queste fiabe gli uomini ricevevano la visita di vecchie cavalle e megere, mentre le donne sembra che avessero, in tali incubi, rapporti sessuali col diavolo stesso.[6] La presenza della cavalla spettrale, infatti, è giustificata dall’etimologia della parola inglese nightmare (che significa incubo), formata dall’unione di night (notte) e mare (cavallina); ma vi è un’altra teoria, altrettanto accreditata, secondo cui mare non si riferisce all’equino bensì deriva da mara, un termine desunto dalla mitologia scandinava che si riferiva ad uno spirito mandato a tormentare i dormienti.

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