Decreto semplificazioni? Sì, ma quanto è ancora complessa e spesso incomprensibile la lingua del legislatore, dei giudici e degli avvocati?

Qualche anno fa era stato Gianrico Carofiglio, scrittore ex magistrato, a stigmatizzare proprio la lingua dei suoi simili. Di quei giuristi che – sosteneva (e sostiene tuttora) – scrivono in modo ‘assurdo’ per tre cause: pigrizia, narcisismo della scrittura ed esercizio del potere. Era il 2015 ed il libro di Carofiglio, “Con parole precise”, si guadagnava una certa (e anche talvolta indignata) attenzione. Il contesto in cui si inseriva era ancora quello molto vicino all’antilingua descritta da Calvino quarant’anni prima: indubbiamente problematico. Eppure, il fronte dei docenti e degli avvocati, soprattutto, non ha preso parte con entusiasmo alla questione. Del resto, Carofiglio potrebbe essere stato avvertito come ormai distante dagli affanni quotidiani della vita reale forense (anche se aveva ragione da vendere, come Calvino).

Si arriva così a questa primavera COVID, durante la quale affrontano il problema un altro autore e un altro libro, che è un proclama lancia in resta: “In nome della lingua italiana”. L’autore, Gianluca Sposito, questa volta è del blocco degli avvocati-docenti, ma la battaglia è la stessa di Carofiglio: la lingua del diritto deve farsi capire, anche e soprattutto perché una sentenza incomprensibile ai più non è indice di democrazia ma esclude. L’analisi è questa volta abbastanza impietosa nei confronti di tutti: docenti, magistrati e avvocati, con perle di ‘giuridichese’ e valutazioni tecniche su errori che, se non vi fosse da riflettere (e piangere), potrebbero anche portare il lettore al sorriso. Ed è tuttavia un’analisi che sta facendo davvero breccia tra gli operatori forensi (e non solo), con classifiche Amazon di categoria scalate rapidamente. 

È forse finalmente cambiato qualcosa? Troppo presto per dirlo: la prassi è sempre molto lontana dalla riflessione teorica. Certamente le picconate ben assestate di questi giuristi ‘garibaldini’ qualcosa hanno rappresentato.

Poi, però, ti giri un attimo e ti ritrovi sommerso da decreti emergenziali fluviali e incomprensibili; e allora non puoi davvero fare a meno di gridare: in nome della lingua italiana, basta!

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