Cosa hanno in comune Franco Locatelli, Domenico Arcuri e Angelo Borrelli? Ovviamente l’era COVID e l’esperienza di aver dovuto comunicare quotidianamente. Come lo hanno fatto?

A prescindere dalla professionalità e dalle competenze specifiche, il Lapidario mi chiede di tratteggiare – entro le consuete 300 parole circa (media dei post di un blog che si definisce appunto ‘lapidario’) – lo stile comunicativo di ciascuno di questi protagonisti.

Ve li ricordate? Ogni tardo pomeriggio, alle 18, si alternavano in discorsi e comunicati. Allora, se proprio dobbiamo essere lapidari in merito al loro stile e stare entro le 300 parole (quando ne ho già impiegate 100), muoviamoci.

Angelo Borrelli: essenziale nei modi, asciutto senza fronzoli nei contenuti verbali (‘spiccio’), parco nell’esporsi anche verbalmente ed omissivo dove (a lui) necessario. Non brilla per dialettica, non fa uso di retorica e non buca neanche lo schermo, ma fa quello che deve fare. Voto 6

Franco Locatelli: meritevole dell’imitazione di Crozza, e dunque già arrivato ben oltre lo schermo, è pacato e gentile, ma portatore di un linguaggio d’altri tempi (e luoghi). Un linguaggio fatto di una sintassi che necessita di navigatore, dove l’ascoltatore medio (e con ansia sopra la media) è tentato di chiamare un taxi per farsi portare indietro. Se comunque decide di provarci e lo segue nel percorso, si ritrova attraverso una selva oscura di espressioni e termini a lui ignoti: “pertenere”, “rinunziare”, “sieroprevalenza”, “silvicoltura”, “scenario applicativo”, “prospettiva temporale”, “decisore politico”, “gestione intensivistica”, “nella maniera subottimale”. L’indiscutibile garbo ed il magico potere di tranquillizzare che gli viene riconosciuto fanno propendere per un 6; ma tutti quelli che, ascoltandolo, sono stati tranquillizzati non hanno capito una mazza di quello che ha detto.

Domenico Arcuri: siamo a 267 parole, ci resta poco. Fortunatamente, su Arcuri c’è poco da dire: molto rumore per nulla, anche nel suo stile comunicativo. Alcuni slogan scelti sin dall’inizio della nomina e reiterati secondo una retorica personale e sempre autoreferenziale. Con un’indiscutibile caratteristica linguistica ed espressiva: lo spazio siderale tra alcune parole, che non crea attesa spasmodica nell’ascoltatore (come forse vorrebbe) ma solo un incolmabile vuoto. Voto 4.

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