Varato nella notte il Decreto Semplificazioni: 96 pagine, 48 articoli (in verità sono 54 con gli articoli con numerazione bis, ter e quater) per un totale di 52.466 parole.

In proporzione, assolutamente in linea con quanto fatto con il «Testo coordinato delle ordinanze di protezione civile» del 24 marzo: 123.103 parole, 295 pagine (“una follia assoluta”, ha scritto Franco Bechis e non solo lui). Tredici volte più di quelle dell’intera Costituzione italiana del 1947, realizzata attraverso l’uso di sole «9369 parole» (il 74% di queste erano parole usate e capite da tutti gli italiani, cioè lemmi comuni e non specialistici).

Per non parlare di quello che conteneva: 12 «visto» e «vista», 2 «considerato» e «considerati», 1 «ritenuto», 1 «tenuto conto», 1 «su proposta e due 2 «sentiti» per un totale di 19 premesse. La parola «deroga» presente 131 volte. Qualche matassa: «Per l’anno 2020, i termini del 16 marzo di cui all’articolo 4, commi 6-quater e 6-quinquies del decreto…». Numerose aberrazioni comunicative: «Le banche popolari, e le banche di credito cooperativo, le società cooperative e le mutue assicuratrici, anche in deroga all’articolo 150-bis, comma 2-bis, del decreto legislativo 1° settembre 1993 n. 385, all’art. 135-duodecies del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e all’articolo 2539, primo comma…».

Ovviamente, anche gli operatori superspecializzati fanno fatica a capire quale sia l’«art. 135-duodecies», figurarsi un cittadino comune. Per non parlare dell’uso di alcuni termini, abitudine linguistica che meriterebbe un post non certo da Lapidario.

Ma del resto, che importa? Presto verranno introdotte apposite figure di traduttori, di semplificatori e, se non basta, si ritornerà ai tanto comodi oracoli. Tanto l’interpretazione di ciò che è stato scritto sarà meglio affidarla al caso.

Ah, dimenticavo: il testo (che trovate qui in bozza assoluta) è stato approvato “salvo intese”. Manco a dirlo.

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