“Silvio Berlusconi? Una chiavica, gli devo fare un mazzo così”. Ah! E chi si sarebbe espresso così? Il giudice della Cassazione Antonio Esposito, che qualche anno dopo queste affermazioni avrebbe partecipato al collegio di Cassazione che ha poi condannato il leader di Forza Italia a 3 anni e 8 mesi per frode fiscale (processo Mediaset-Agrama, 2013).

Lo riferiscono il Giornale, Il Fatto Quotidiano, e poi a cascata altre testate. Un bel pendant con quanto appreso dall’intercettazione ambientale (sostanzialmente: veniva registrato) in cui un altro magistrato di quel collegio, Amedeo Franco, dichiarava che la suddetta “chiavica” di cui sopra sarebbe stato destinato sin dall’origine del procedimento all’impallinatura giudiziaria.

Che, poi, si apprende anche che all’incontro col giudice Franco (registrato a sua insaputa e utilizzato post mortem) avrebbe partecipato un ulteriore magistrato, già noto per la vicenda Palamara: Cosimo Ferri.

Accidenti, fosse davvero così le cose si complicherebbero e non poco. Sì, perché si porrebbe più di un problema. Anzitutto: cos’è esattamente una ‘chiavica’?

Il termine deriva dal latino (cloaca) e indica, semplicisticamente, la ‘fogna’ o, meglio, ciò che convoglia le acque verso la fogna. In senso figurato (e iperbolico), e indubbiamente più interessante, indica un luogo sudicio, immondo, o dove vi siano persone spregevoli; ma vale anche come meraviglioso titolo d’ingiuria a persona spregevole o corrotta.

Bene. Chiarito dunque il concetto di ‘chiavica’, si pone l’ulteriore problema di capire chi o cosa possa meritare l’accostamento del termine. Mi dispiace scontentare qualche parte politica, ma viene francamente da sospettare che sia tutta questa situazione, nel suo complesso, una vera chiavica. Maxima.

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