Da siti istituzionali (Ministero del Lavoro), si apprende che lo “smart working” (o lavoro agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro.

Qualche anno fa (2016), l’Accademia della Crusca interveniva segnalando come l’italiano “lavoro agile” sia un perfetto equivalente, con il vantaggio della maggiore trasparenza, e notando come – allora – l’espressione inglese stava perdendo terreno.

Oggi, purtroppo, i tempi pandemici hanno fatto riscontrare esattamente il fenomeno opposto: con rammarico si deve infatti notare che “smart working” sta soppiantando il nostro “lavoro agile”, che pure esiste e si difende come può. Per quanto si debba accordare fiducia limitata al motore di ricerca di Google (in questo caso interrogato con stringa virgolettata per avere maggior precisione), “smart working” totalizza “circa” 8.440.000 risultati, “lavoro agile” circa 805.000. L’anglismo stravince ai punti. Ancora una volta.

That’s all.

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