In questo meraviglioso Paese, quando cade un ponte infradiciato si esalta la fase della sua ricostruzione; e quando una pandemia evidenzia le criticità di un sistema sanitario ridotto all’osso, si esalta il coraggio dei pochi rimasti a combattere.

Analogamente accade ora per la scuola: il post-pandemia fa emergere tutte le criticità dell’edilizia scolastica e dei suoi spazi, del divario tecnologico tra zone del Paese, della copertura di posti, e cosa si esalta? Il fatto che la scuola italiana non si sia mai fermata.

In verità, la scuola italiana quanto istituzione si è fermata da un pezzo. Da anni non si investe adeguatamente in quello che è un settore strategico per qualunque Paese desideroso di non invertire la marcia dello sviluppo.

Non si può accettare che uno stato di necessità e l’abnegazione di tutti coloro che hanno coscienziosamente reagito come si poteva servano per nascondere problemi non solo gravi ma anche conosciuti da tempo. In una scuola che deve essere fatta di presenza, tecnologia, carta e anche carta igienica. Tutte cose che oggi mancano.

Di necessità non si può fare virtù, nient’affatto. Si torni a parlare del futuro della Scuola in maniera concreta, e non a distanza. Non si tenga soprattutto a distanza una delle forze trainanti di un Paese.

Questo grido di estremo dolore arriva da tantissimi insegnanti, davvero di ogni ordine e grado. 1.000 di questi hanno già sottoscritto una petizione accorata (la trovate qui), fatta di temi importanti e proposte interessanti, che è giunta sino a questo Blog di scrittori, che di cultura vivono.

Ma questo grido di dolore deve essere quello di tutti, e da tutti condiviso. Perché un futuro senza memoria e senza cultura non lo merita nessuno.

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